Un'anima è nella mia anima...

... e non si ricorda d’esser morta.

 

   La tomba di Chateaubriand si affaccia sul mare della Bretagna. A Saint-Malo, patria dei corsari, una croce di pietra, piuttosto tozza e massiccia, se ne sta in alto, quasi a strapiombo, come assorta a contemplare l’orizzonte, forse a ricordare. Albert Manguel scrive che per Chateaubriand “il mondo che vediamo è già memoria: di cose passeggere, effimere, perdute, che pure non vogliono abbandonarci del tutto. Il passato non se ne andrà: quello che sperimentiamo esiste soltanto nel momento che fugge,” ma nulla va perduto, nulla discende nella tomba, perché tutto ciò che abbiamo conosciuto continua a vivere intorno a noi e “la morte, toccandoci, non ci distrugge, ci rende solo invisibili”.

   Come in un gioco di scatole cinesi, il poeta e scrittore olandese Caes Nooteboom ha raccolto in questo suo libro itinerante e nostalgico scritti e memorie di altri scrittori e poeti, che a loro volta ricordano e condividono con lui il gusto del non lasciar svanire, del voler far riaffiorare dal passato quanto si lascia solo levigare dal tempo. Pellegrinando di tomba in tomba, l’autore coltiva il sapore di pagine che ha amato e lascia presagire la compagnia vaga e pungente dei loro estensori.

  

   Sono molti i poeti e i pensatori che si succedono in questa variegata teoria di pietre sonore visitate da Nooteboom. Alcuni di loro, come Goethe e Schiller, sembrano rimasti amici dopo la morte. A Weimar stanno uno accanto a l’altro, nelle rispettive urne, tanto da suggerire l’idea che la loro amicizia ignori le loro rispettive morti. Altri, invece, non solo sembrano credere pienamente nella morte, ma ne hanno una visione implacabile e algida, come della fine del tempo e di tutto. Ionesco, per esempio, immagina, in maniera scientificamente plausibile, che il mondo un giorno gelerà. Un’insensibilità polare si stenderà sopra di noi e poi “un gran sole farà sciogliere i blocchi di ghiaccio, e poi ci sarà un vapore, e anche la bruma si dissiperà nella luce azzurra”. Alla fine, “non resterà più alcuna traccia”.

   Anche Joyce, in Dubliners, associa l’idea della fine con il freddo e con il bianco, immaginando che pian piano l’anima svanisca mentre si sente “la neve cadere stancamente su tutto l’universo”. Leopardi, invece, l’associa piuttosto con il buio: nella sua visione a un certo punto la luna scende e si scolora il mondo, le ombre svaniscono mentre “monti e vallate si dissolvono nella stessa oscurità”.

   Non si tratta però solo di come possono essere state immaginate le agnizioni della fine. In questo libro sembra piuttosto che Nooteboom sia stato convocato dai suoi singoli interlocutori segreti, che abbia risposto al richiamo di un appuntamento ideale. A volte è il vento a ricordarglielo, come quando, nel Maine, sulla tomba non finita della sua amica Mary McCarthy, davanti a “tre vasetti con piccoli crisantemi bianchi”, gli tira i vestiti come se volesse qualcosa da lui; o come quando gli ricorda l’esistenza di un’altra specie di morte: non quella fisica degli scrittori e dei poeti, ma quella più sordida e mesta dell’oblio in vita. Così, per esempio, quando si trova al cospetto di Melville, la cui tomba “è semplice, quasi povera, la sepoltura di un autore dimenticato al momento della morte”. Del successo postumo delle sue opere “non saprà mai nulla”. A New York, nel cimitero di Woodlawn, c’è “una quercia maestosa”, e quando Nooteboom visita la sua lapide c’è un vento che strappa i fiori bianchi di una magnolia e “li fa cadere come una strana specie di neve”.

   Tra queste sepolture lo spazio e il tempo si dissolvono naturalmente. Poche pagine dopo averci condotto sulla tomba di Melville ci ritroviamo a Kyoto, davanti all’urna di Murasaki Shikibu: “Come Proust, Murasaki ha fatto uso per la propria creazione letteraria della realtà che la circondava, la vita alla corte di Heian nel X secolo. In questo modo ha preservato in noi, che viviamo mille anni dopo, una realtà che è divenuta talmente inimmaginabile da apparire come pura finzione letteraria”. Mille anni dopo, proprio quando un biglietto della metropolitana gli ricorda la sua appartenenza a un altro secolo, la rivede nella fantasia di una nicchia mentre scrive dandogli le spalle. Osservandola da dietro una rete metallica immagina il suo volto incipriato di bianco e osserva che “tiene in mano un pennello sottile, inginocchiata. Balzac stava seduto – osserva poi - Nabokov in piedi, Proust sdraiato, Murasaki in ginocchio. Un giorno qualcuno dovrà indagare le conseguenze delle diverse posizioni in cui si scrive”.

   A proposito di Nabokov, la sua tomba “è grande come quella di Claudel e Neruda, un letto matrimoniale nel lussuoso hotel della morte”; come dimensioni, non è molto diversa da quella scura di Proust, a Parigi Père-Lachaise, sostando davanti alla quale Nootboom ci rammenta l’eterno “libro che doveva ancora scrivere, un libro in cui avrebbe parlato del posto così limitato che gli uomini occupano nello spazio rispetto a quello infinitamente più grande che è loro riservato nel tempo”.

   In questo fitto susseguirsi di poeti e scrittori, ci sono però anche alcuni filosofi cui Borges avrebbe riservato una collocazione eminente nel suo manuale esemplare di letteratura fantastica. Il monumento funebre di Spinoza, a l’Aia, è appartato e solitario. Si trova dietro la chiesa nuova (che è poi una chiesa antica) e reca la seguente epigrafe: <<Caute>>, che significa “sii prudente, fa’ attenzione”. Non resta forse che questa possibile esortazione in un cosmo in cui non v’è traccia di libero arbitrio e a noi vengono assegnati “un nome, un tempo e un luogo, tutti e tre inestricabilmente connessi alla sostanza dell’universo che l’uno chiama natura e l’altro dio”. A Cambridge - lo si scopre poco dopo - una lastra posata a terra contiene le spoglie dell’autore di un altro Tractatus, che di Spinoza era comunque un estimatore. Pare che questa sia giornalmente visitata da molti giapponesi, che considerano Wittgenstein una sorta di santo buddhista, forse perché si era proposto, a suo modo, di lasciar germinare in silenzio le domande essenziali, rinunciando poi a decorarle di risposte vane.

   Ben più estrema ed originale, rispetto a quelle di entrambi, è la dislocazione della tomba di Stevenson, che si trova sul monte Vaea, isola di Upolu, a Samoa, dove lo scrittore aveva terminato i suoi giorni e come aveva desiderato. Dopo che il suo corpo fu spalmato con olio di cocco profumato, con indosso la sua giacca di velluto, venne deposto in una bara costruita da un falegname del luogo in una sola notte.

   Un aspetto abbastanza monumentale ha anche la sepoltura di Valéry, nel cimitero marino di Sète, nella Francia meridionale: Stefan Hertmans, scrittore e poeta fiammingo, ha scritto di lui, in maniera perentoria, servendosi d’espressioni efficaci e salienti, che “era distratto e cortese, non era spesso nemmeno riconosciuto, canuto leggero nella solitaria profondità, nascosto maestro di un’infinita serie di finte, varianti”.

   L’autore racconta poi di aver incontrato per caso Oscar Wilde, dopo aver percorso un vialetto di olmi spogli presso Père-Lachaise: qualcosa che assomigliava a un forte o a una rocca, contro cui stava “accovacciato un essere in forma di uccello, ma con un volto umano incoronato e dai tratti orientali: enigmatico animale mitologico che non si può trovare in nessun manuale di ornitologia”. Dice poi che, nel progetto iniziale, non era stato invitato nel suo libro, che si è invitato da solo, ma che era <<benvenuto>>, non fosse altro perché si erano ritrovati sulla stessa tomba di Keats.

   Nel giardino di Monk’s House, nell’East Sussex, si trova invece quel che resta di Virginia Wolf, a parte, ovviamente, quel che ancora aleggia inquieto dalle sue opere: “le sue ceneri sono state sparse nel giardino che si può vedere portandosi a fianco dell’antica chiesetta”.

   A Colliure, ancora nel sud della Francia, una grande pietra rettangolare sovrasta invece le ossa di Antonio Machado; ma ancora più evocativo dell’impatto con i suoi resti mortali è l’incontro che Nooteboom fa con un piccolo monumento dedicato al poeta nella piccola Baeza. Mentre sale “un sentierino su per l’alta collina dietro la cattedrale”, s’imbatte in una statua di Machado, “anch’essa fatta della materia di cui son fatti i sogni, perché la testa del poeta è una testa senza corpo, è di bronzo, ma è imprigionata nel cemento e posa su un basso cumulo di macerie, gli occhi aperti, ma fissi nel vuoto; gli uccelli l’hanno coperta di escrementi: lungo il volto gli scendono sporche, amare lacrime, grigie e bianche, di sterco d’uccello, una testa di poeta imbalsamata in una gabbia di cemento, come quella di un idolo posta a dominare la terra di cui scrisse che era tanto triste da dover avere, proprio per questo, un’anima”.

   Tutte queste lapidi (qui è possibile enumerarne solo alcune, con i rispettivi nomi) custodiscono dei morti che sembrano non ricordare più, proprio come un certo personaggio di Beckett, quando sono morti. La loro sopravvivenza pare averli sorpresi in luoghi per lo più dimenticati, nelle anse dimesse di certi camposanti, nelle provvisorie alcove che la loro arte gli ha riservato nella memoria di chi li ha fugacemente amati, nel ricordo fervido e terso di chi invece si è lasciato avvincere e tradurre dalla loro opera verso il proprio destino. L’amarezza e il disincanto dei narratori beckettiani assecondano la stessa legge: anche in un letto gelato, hanno l’impressione di poter diventare ogni giorno più vecchi e di poter contemplare all’infinito tutte le stelle che sembrano da sempre cadere loro addosso. Allo stesso modo, pare che per certi lettori, come lo stesso Nooteboom, i poeti e i pensatori continuino davvero a parlare, sembra che possano continuare a invecchiare, noncuranti del loro forzato silenzio apparente, come se in loro una qualche ferita continuasse a sgorgare e una brezza leggera continuasse a spirare nei vaghi interstizi della loro anima.

   Questa circostanza produce a volte una sorta di vertigine, come nell’universo di Borges, che poi, dopo essere stato tentato dalla Recoleta, scelse il cimitero di Plainpalais, a Ginevra, dove ora riposa accanto a Giovanni Calvino e ad Anna, la piccola figlia di Dostoevskij. Chi attraversa, anche leggendo un solo racconto, l’universo di Borges può infatti avere l’impressione di essere risucchiato verso infinite dimensioni di compossibili e avverte, a tratti in maniera repentina, l’urgenza d’incontrare una realtà totalmente altra e assoluta, un’altra tigre che faccia svanire “lo stato di costante perplessità di cui è fatta la vita”. Come tra le pagine di Borges, anche qui, in questo libro, a volte si avverte il bisogno di sfiorare con una mano quelle pietre o quell’erba, di percepirne la fredda o tenue consistenza, quasi fossimo sfiorati dalla vertigine di non esistere già per sempre e di doverci aggrappare a qualcosa, ma anche dall’impressione di poter rivedere, in un ultimo barlume di realtà, gli involontari promotori del nostro destino mentre ci parlano ancora una volta.

   Alla fine della lettura, quel che rimane è la nostalgia di tante pagine amate, una sete acuta di ricordi e di memorie letterarie che non accenna a placarsi. Forse è Balzac (anche lui a Père-Lachaise) a sapercene spiegare meglio il movente e la segreta dinamica; e per questo ci piace salutare con gratitudine questo libro utilizzando le sue parole: “vi sono persone che seppelliamo nella terra, ma ve ne sono di più particolarmente care che hanno avuto il nostro cuore per sudario, il cui ricordo si fonde ogni giorno coi nostri palpiti; e noi pensiamo ad esse così, come respiriamo; esse sono in noi per la dolce legge della metempsicosi propria dell’amore. Un’anima è nella mia anima. Quando agisco bene, e quando dico qualcosa di bello, quell’anima parla e opera; tutto ciò che può esservi di buono in me emana da quella tomba, come da un giglio il profumo che pervade l’atmosfera”.

 

 

Caes Nooteboom, Tumbas. Tombe di poeti e pensatori. (Fotografie di Simone Sassen), trad. it. Iperborea, Milano, 2015.