10 Agosto 2026
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Ci sono questioni che diventano complicatissime soprattutto perché abbiamo deciso di complicarle. Una donna vuole mettersi un velo? Se la legge non lo vieta, se lo metta. Non vuole metterselo? Non se lo metta. Vuole andare al mare con un costume che la copre dalla testa ai piedi? Purché non violi alcuna norma in vigore, sono affari suoi. Vuole andarci in bikini? Altrettanto.

In uno Stato liberale la faccenda dovrebbe cominciare e, in buona parte, finire qui. Il problema comincia quando alla volontà della persona se ne sostituisce un’altra: quella del padre, del marito, della famiglia, della comunità religiosa, del gestore di un servizio o, all’estremo opposto, di chi pretende di liberare una donna costringendola a spogliarsi.

La libertà, infatti, ha una fastidiosa caratteristica: vale anche quando gli altri la esercitano in una maniera che non ci piace. Il velo lo decide chi lo porta. Il velo islamico che lascia scoperto il volto non è vietato dalla legge italiana. E non si vede perché dovrebbe esserlo. Una donna adulta che liberamente desideri portarlo esercita una libertà che lo Stato deve tutelare. Ma precisamente la stessa tutela deve essere garantita alla donna che non vuole portarlo.

È questo secondo caso a diventare particolarmente importante quando una prescrizione religiosa si trasforma in coercizione familiare. La responsabilità dei genitori sui figli minorenni comprende evidentemente un’attività educativa e quindi anche la trasmissione di convinzioni morali e religiose. Non comprende un diritto illimitato sul corpo dei figli. Quando per imporre una determinata condotta si passa alla violenza o alla minaccia, il problema cessa di essere teologico e diventa giuridico.

Leggi tutto: Il velo, le piscine e la libertà di decidere

L’articolo 610 del Codice penale punisce infatti chi, mediante violenza o minaccia, costringe qualcuno «a fare, tollerare od omettere qualche cosa». E quando la coercizione familiare diventa sistematica e vessatoria possono venire in considerazione fattispecie ancora più gravi, a seconda delle circostanze concrete.

Non esiste, insomma, un diritto religioso alla coercizione. Vale per un padre musulmano che costringa una figlia a coprirsi e varrebbe, naturalmente, per chi costringesse la medesima ragazza a scoprirsi. La domanda fondamentale quindi non dovrebbe essere: «Porta il velo?», ma: «Ha deciso lei?».

Il volto è un’altra cosa, anche se c’è però un limite che spesso viene confuso con il precedente. Coprire i capelli e rendere irriconoscibile il volto non sono però la stessa cosa. La legge italiana pone limiti all’utilizzazione in luogo pubblico o aperto al pubblico di mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona. L’articolo 5 della legge 152 del 1975 prevede infatti un divieto, salvo giustificato motivo, dell’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo idoneo a rendere difficoltoso il riconoscimento.

Il principio, anche qui, non ha bisogno di complicate disquisizioni sull’Islam. Lo Stato non deve stabilire quanto una donna debba mostrare dei propri capelli. Deve però poter stabilire, per ragioni di sicurezza e identificazione, quando una persona debba essere riconoscibile. La religione non può creare automaticamente un lasciapassare rispetto alle regole generali dello Stato. Potremmo riassumere tutto in una frase: il velo lo decide chi lo porta; i limiti alla copertura del volto li decide la legge.

Poi arrivò il burkini, ovvero la piscina aperta solo alle donne che non vogliono scoprirsi. Anche qui basterebbe separare questioni che vengono continuamente sovrapposte: un burkini concepito come vero costume da bagno, pulito, utilizzato per la balneazione e realizzato in materiale appropriato, è una cosa. Entrare in piscina con pantaloni, maglietta, gonna o altri indumenti utilizzati normalmente per strada è un’altra.

Nel primo caso abbiamo semplicemente un costume che copre una superficie del corpo maggiore rispetto a un costume tradizionale, e non si comprende quale principio liberale dovrebbe stabilire quanti centimetri quadrati di pelle una donna sia obbligata a mostrare per poter nuotare.

Nel secondo abbiamo invece un problema igienico: una piscina non è il mare. È un ambiente artificiale nel quale molte persone utilizzano una quantità limitata d’acqua, sottoposta per questo a trattamento e a precisi controlli igienico-sanitari. Esistono docce preventive, cuffie, regolamenti sull’abbigliamento e prescrizioni che non sono state inventate per perseguitare qualche religione. Se il regolamento della struttura prescrive indumenti destinati alla balneazione e vieta di entrare in acqua con gli abiti ordinari, la regola deve valere per tutti.

La soluzione è quasi imbarazzante nella sua semplicità: non conta quanto un costume copra. Conta che sia un costume. Il bikini può andare bene. Il costume intero può andare bene. Un costume da competizione che copre buona parte del corpo può andare bene. E può andare bene un burkini concepito e utilizzato esclusivamente come costume da bagno, purché rispetti le prescrizioni della struttura.

Se invece non è consentito entrare nell’acqua con gli stessi pantaloni e la stessa maglietta con cui si è arrivati dalla strada, non dovrebbe bastare dichiarare che quegli indumenti hanno una motivazione religiosa per trasformarli magicamente in un costume.

La libertà religiosa non è un lasciapassare, ed è proprio qui che si incontra una delle questioni più delicate delle società europee contemporanee. Una democrazia liberale deve garantire la libertà religiosa con grande fermezza, ma proprio per questo deve sapere dove essa termina. Posso credere che determinati alimenti mi siano proibiti. Posso osservare giorni festivi diversi da quelli della maggioranza. Posso vestirmi secondo prescrizioni religiose finché queste sono compatibili con le leggi e con le regole legittime del luogo nel quale mi trovo.

Quello che non posso pretendere è che la mia convinzione religiosa modifichi automaticamente le regole comuni per tutti gli altri. È una distinzione fondamentale, perché consente di evitare due errori speculari.

Il primo consiste nel proibire ciò che è semplicemente diverso. Una donna che nuota con un costume integrale non danneggia nessuno per il semplice fatto di essere più coperta delle altre. Il secondo consiste nel considerare qualsiasi prescrizione religiosa meritevole di un’eccezione alle regole comuni. Una società liberale non dovrebbe fare né l’una né l’altra cosa. Dovrebbe dire qualcosa di molto più semplice: vestiti come vuoi, purché rispetti la legge e le medesime regole che valgono per gli altri. E soprattutto: decidi tu come vestirti.

Perché una donna costretta a mettere il velo non è più libera di una donna costretta a toglierselo. Una donna obbligata a mostrarsi non è più libera di una donna obbligata a nascondersi. La misura della libertà non è la quantità di stoffa: è la possibilità di scegliere.

La piscina per sole donne pone però una domanda cui è assai più difficile rispondere. Che cosa accade quando non viene più chiesta soltanto la possibilità di entrare in piscina con un determinato costume, ma si pretende che in quella piscina non entrino uomini?

Qui il problema cambia completamente. Non stiamo più discutendo della libertà individuale di vestirsi come si desidera: stiamo chiedendo di organizzare uno spazio condiviso sulla base del sesso delle persone che possono accedervi. Se una famiglia possiede una piscina privata, naturalmente può invitare chi vuole. Ma se parliamo di una piscina comunale, finanziata con denaro pubblico e destinata alla generalità dei cittadini, la questione diventa molto più seria.

Può un servizio pubblico riservare determinati orari esclusivamente alle donne perché alcune di esse, per convinzioni religiose, non accettano di fare il bagno in presenza di uomini? E se può farlo, sulla base di quale principio e fino a quale limite?

Perché a quel punto non stiamo più chiedendo allo Stato di lasciarci liberi. Gli stiamo chiedendo di organizzare la libertà degli altri in funzione delle nostre convinzioni. Il problema del burkini finisce qui, dove ne comincia uno assai più interessante: quello del confine tra integrazione e separazione. Ma come diceva Mustache – il simpaticissimo e surreale personaggio di Irma la dolce – questa è un’altra storia, più generale e complessa.

Per il momento, basti osservare che il problema non è il burkini. E forse non è nemmeno la piscina. Una donna vuole nuotare con un costume che la copre quasi interamente? Se è un vero costume da bagno e rispetta le norme igieniche della struttura, nuoti pure. Un’altra preferisce il bikini? Faccia altrettanto. Una terza non vuole entrare in piscina? Liberissima.

Una società liberale non dovrebbe avere alcun interesse a stabilire quanti centimetri quadrati del proprio corpo una donna debba mostrare. Deve invece avere un enorme interesse a sapere chi lo decide. Sembra una conclusione quasi banale, ma proprio da questa banalità comincia una delle questioni più difficili che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi decenni. Perché una cosa è chiedere alla società nella quale si vive di rispettare le proprie scelte, e un’altra è chiederle di modificare progressivamente le proprie regole affinché corrispondano alle nostre convinzioni religiose. Una cosa è dire: «Lasciatemi nuotare vestita così». Un’altra: «Organizzate la piscina in modo che mentre nuoto non ci siano uomini». Nel primo caso si rivendica una libertà individuale; nel secondo si comincia a chiedere che uno spazio comune venga organizzato secondo una particolare concezione religiosa dei rapporti fra uomini e donne.

Ed è qui che la piscina diventa improvvisamente una faccenda politica. Nel 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino condensò nell’articolo 4 una delle idee più rivoluzionarie della modernità: la libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri e i suoi limiti sono quelli necessari affinché gli altri possano godere degli stessi diritti. Dietro questa formula apparentemente semplice c’è un principio formidabile: la mia libertà esiste soltanto insieme alla tua.

Non posso rivendicare per me la libertà religiosa e negarla a te. Non posso chiedere il diritto di professare la mia religione e negarti quello di abbandonarla. Non posso pretendere che sia rispettato il mio modo di vestirmi e considerare illegittimo il tuo. Non posso chiedere che venga rispettata la donna che vuole coprirsi e rifiutare la medesima libertà a quella che vuole scoprirsi.

Un diritto che riconosco soltanto a me stesso o a coloro che vivono secondo i miei principi non è propriamente un diritto. È un privilegio. Ed è forse proprio questa la domanda che manca nel dibattito europeo sull’integrazione. Abbiamo discusso infinitamente di quanto le società occidentali debbano essere tolleranti verso chi arriva. Molto meno abbiamo discusso di quanto chi arriva sia disposto a riconoscere la medesima libertà a chi vive diversamente da lui. Non è una domanda oziosa. Le persone non attraversano le frontiere lasciando la propria cultura al deposito bagagli. Portano con sé lingua, cucina, affetti, religione, memoria. Ed è naturale che sia così. Ma possono portare anche concezioni della famiglia, dell’autorità paterna, della condizione femminile, dell’apostasia, della blasfemia o dell’omosessualità profondamente diverse da quelle maturate nelle democrazie liberali.

Naturalmente non significa che ogni individuo proveniente da una determinata società condivida quelle concezioni. Proprio chi fugge da esse può essere il più convinto sostenitore delle nostre libertà. Ma significa che la cultura conta, e per giudicare quanto una cultura sia compatibile con una società liberale non basta osservare ciò che i suoi appartenenti chiedono quando sono minoranza. Bisogna osservare anche quali libertà riconoscono agli altri quando sono maggioranza.

È questa la prova più difficile, e non vale soltanto per l’Islam. Il cristianesimo europeo l’ha fallita per secoli, quando disponeva del potere politico necessario per perseguitare eretici e discriminare altre confessioni. Una parte fondamentale della storia della modernità europea consiste precisamente nell’avere imparato, attraverso guerre, rivoluzioni, persecuzioni e morti, che la libertà di coscienza non può essere soltanto la libertà della coscienza giusta. Deve essere anche quella della coscienza che consideriamo sbagliata.

Oggi possiamo e dobbiamo porre la stessa domanda alle culture che incontriamo. Non: «Sei musulmano?». La domanda sarebbe insieme stupida e illiberale. Ma: «Riconosci a chi non è musulmano, a chi smette di esserlo, alla donna che rifiuta una prescrizione religiosa, all’omosessuale, all’ateo, al blasfemo, gli stessi diritti che chiedi per te?»

Questa sì che è una domanda liberale, perché l’integrazione comincia dalla reciprocità: non dal chiedere allo straniero quanto assomigli a noi, ma dal domandargli se riconosca agli altri la stessa libertà che reclama per sé. L’articolo 4 del 1789 potrebbe essere, da questo punto di vista, un test assai migliore di molti corsi d’integrazione: puoi vivere come vuoi, finché riconosci agli altri il diritto di vivere diversamente da te. Dove questo principio è culturalmente consolidato, l’integrazione è più facile. Dove è debole, diventa più difficile. Dove viene apertamente respinto, manca una delle sue premesse fondamentali.

Naturalmente le modalità attraverso le quali uno Stato seleziona l’immigrazione, concede permessi di soggiorno, valuta percorsi d’integrazione e distingue l’immigrazione ordinaria dalla protezione dovuta ai perseguitati sono un’altra questione. E spettano alle democrazie, attraverso le loro leggi. Ma prima ancora delle procedure viene il principio. Una società liberale può accogliere persone che pregano diversamente, mangiano diversamente, si vestono diversamente e possiedono concezioni morali diversissime; ma non può rinunciare, senza cominciare a negare se stessa, al principio secondo cui la libertà che ciascuno reclama per sé deve essere riconosciuta anche all’altro.

In fondo, duecentotrentasette anni dopo la Dichiarazione del 1789, il problema dell’integrazione potrebbe cominciare da una domanda così semplice da sembrare infantile: vuoi essere libero, o vuoi essere libero soltanto tu? E qui bisogna fare attenzione: ciò che fa testo, non è la risposta che si da a questa domanda quando si è ospiti in un altro paese o si è comune in minoranza, ma ciò che si risponde quando si è in maggioranza in un paese governato da chi condivide con noi la stessa religione e la stessa storia culturale e politica, perché nel primo caso è molto più facile e comodo mentire.