La coscienza delle proprie catene nella società del relativismo di massa
Nel linguaggio pubblico contemporaneo la libertà è una parola onnipresente e, proprio per questo, sempre più fragile. È invocata per giustificare stili di vita, gusti personali, scelte di consumo, opinioni e viene spesso identificata con la possibilità di scegliere tra alternative disponibili, di esprimere preferenze, di muoversi senza ostacoli immediatamente visibili. Eppure, mai come oggi la libertà sembra convivere con una sensazione diffusa di eterodirezione: l’impressione di muoversi entro un orizzonte già tracciato, di desiderare ciò che altri hanno predisposto, di scegliere ciò che è stato reso desiderabile. È in questo scarto, tra proclamazione e esperienza, che può assumere un rilievo significativo quella concezione della libertà, in genere riconducibile all’idealismo tedesco, secondo cui essa in definitiva consiste nella “coscienza delle proprie catene”.
L’espressione, che potrebbe essere scaturita dalla mente di Hegel o Schelling, suggerisce che la libertà non coincide con l’assenza di vincoli, bensì con la capacità di riconoscere i vincoli che ci determinano – naturali, storici, sociali, culturali – e di agire consapevolmente entro di essi per superarli. La libertà non è quindi un punto di partenza, ma un processo; non una condizione originaria, ma implica un lavoro critico incessante (Hegel direbbe “il lavoro del concetto”), per divenire da virtuale sempre più effettiva e concreta.
L’idea che la possibilità di esercitare e sviluppare la propria libertà si fondi su una rinuncia non meno che su dei diritti fondamentali aveva preso avvio da una tesi fondamentale formulata con chiarezza già da Jean-Jacques Rousseau: «Ciò che l’uomo perde col contratto sociale è la sua libertà naturale; il diritto illimitato su tutto ciò di cui tenta e riesce a impadronirsi; ciò che guadagna è la libertà civile e la proprietà di tutto ciò che possiede». La libertà naturale, intesa come diritto illimitato, è incompatibile con la convivenza. Essa conduce al conflitto permanente, non alla libertà di tutti. La libertà civile nasce invece dal riconoscimento reciproco e dalla legge.
Questo passaggio trova una formulazione normativa decisiva nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, che all’articolo 4 afferma: «La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri: così, l’esercizio dei diritti naturali di ciascun uomo ha come limiti solo quelli che assicurano agli altri membri della società il godimento di questi stessi diritti. Tali limiti possono essere determinati solo dalla Legge». La libertà moderna nasce dunque come libertà limitata non per essere negata, ma per essere resa possibile e attuata nel modo più esteso possibile, con dei limiti chiari, invalicabili e a tutti facilmente comprensibili.
Con Kant la questione della libertà si sposta poi in maniera più esplicita all’interno del soggetto. L’uomo non è libero quando segue le inclinazioni sensibili o la sua pratica utilità. E non è libero nemmeno quando considera l’umanità che è in sé e negli altri soltanto come mezzo, mentre può esserlo quando obbedisce, o almeno cerca di farlo, alla legge morale che la sua ragione gli impone. La libertà coincide in questo senso con l’autonomia della propria coscienza, ovvero con la capacità della volontà di darsi da sé la propria legge. Le “catene” non sono quindi, in questa prospettiva, solo esterne, ma anche e soprattutto interne: impulsi, desideri, amor proprio, e a tali catene se ne possono contrappore solo altre: quelle dettate dalla propria ragione e dalla volontà di non ignorarne la voce.
Hegel spiega quindi perché anche la libertà così intesa, ovvero la legge morale kantiana, rimane un principio astratto finché è soltanto un fatto interiore, per divenire reale e concreto quando, confrontandosi col processo storico in atto, fa i conti con la dialettica interna allo spirito oggettivo. In altri termini, l’individuo è libero quando si riconosce in valori etici condivisi con la società di cui fa parte ed opera per trasformare entrambi, cioè per realizzare tale condivisione: solo in questa dimensione etica la morale individuale può evitare di essere quella di anime belle volte a realizzare soggettivamente, ma anche in modo per lo più autoreferenziale e socialmente sterile, la propria libertà.
Questa concezione hegeliana della libertà è assai diversa da quella tipica del liberalismo anglosassone, quale per esempio è reperibile in John Stuart Mill, che tende invece a concepire l’esercizio della libertà come relativo alla coscienza e all’azione dell’individuo. In ambito politico, Mill sostiene che ogni indebita decurtazione della libertà individuale implica una sostanziale menomazione della libertà di tutti e che ogni comunità viene meno ai suoi doveri verso la libertà ogni volta che l’opinione dominante tende a soffocare quelle delle minoranze. In una delle pagine più celebri di On Liberty scrive una frase a riguardo che è giustamente famosa: «Se tutta l’umanità meno uno fosse della stessa opinione, e solo un individuo dell’opinione contraria, l’umanità non avrebbe maggior diritto di ridurre al silenzio quell’uomo, di quanto ne avrebbe questo, se lo potesse, di ridurre al silenzio l’umanità».
Partendo da questo quadro approssimativo si può meglio comprendere anche quali sono i rischi che si trovano a correre i cittadini delle società occidentali e liberaldemocratiche di oggi di fronte alla necessità di valutare criticamente le offerte di ogni tipo che il mercato gli propone, ivi incluse quelle culturali e politiche. In quanto consumatore a 360 gradi, il cittadino occidentale è sottoposto infatti a un’offerta in continuo divenire, sempre più abile nel condizionare i suoi desideri e le sue volontà, fino a convincerlo di aver bisogno di molte cose di cui invece non ha affatto bisogno.
Socrate, rispondendo a quei discepoli che gli facevano notare quante cose interessanti ci fossero nel mercato dove stavano passeggiando, rispose placidamente: «Guardate di quante cose non ho bisogno», e il lascito culturale dei pensatori della Scuola di Francoforte in fondo non fa che sviluppare questa risposta socratica. Herbert Marcuse descrive una società in cui i bisogni sono prodotti e interiorizzati, in cui cioè si è alienati non solo mentre si producono delle merci, come riteneva Marx, ma anche quando poi le si acquista e consuma.
Per Marcuse, chi vive nella società capitalistica avanzata è «un uomo a una dimensione», alienato e reificato, subordinato al «principio di prestazione» e indotto a desublimare in modo repressivo, ovvero a intraprendere azioni apparentemente liberatorie che in realtà rafforzano i vincoli con i prodotti e gli stili di vita proposti dal mercato. In questo contesto, l’individuo è indotto a fornire in ogni ambito, persino in quelli del divertimento e dello svago, prestazioni sempre più elevate, a produrre e consumare senza perdite di tempo, e sembra dunque andare in una direzione opposta a quella indicata da Cicerone quando sosteneva che “non è un uomo libero quello che non ozia di tanto in tanto”, ma anche a quella suggerita da Rousseau, secondo cui «chi perde tempo acquista tempo».
Viceversa, nella società mediatica di massa i cittadini, adeguatamente manipolati, si ritengono liberi ogni volta che hanno l’impressione di liberarsi da qualcosa: una dipendenza, un complesso, una relazione, un pregiudizio, una paura, un senso di oppressione, senza però avvedersi che l’ostacolo più o meno immaginario che riescono a rimuovere dalla loro coscienza è spesso sostituito all’istante da altri portati dagli stessi strumenti supposti liberatori (droghe varie, miscele di alcol, stili di vita autolesionisti, mode violente, musica da ascoltare rigorosamente a volume altissimo, abuso di social e videogiochi, etc. etc.) con cui tenta a un tempo di liberarsi e stordirsi.
Questa circostanza dipende semplicemente dal fatto che senza sviluppare “la coscienza delle proprie catene” qualsiasi liberazione consiste per lo più in un’illusione effimera e pericolosa, che non solo non avvicina al conseguimento di alcuna libertà, ma che anzi accresce il proprio livello di omologazione culturale. Non a caso, secondo Marcuse ignoranza, impotenza ed eteronomia introiettata costituiscono il prezzo che viene oggi abitualmente pagato per un’illusione di libertà, tanto che si chiede se sia possibile “tracciare una vera distinzione tra i mezzi di comunicazione di massa come strumenti di informazione e di divertimento, e come agenti di manipolazione e di indottrinamento”.
Anche Michel Foucault insiste sul fatto che nella società capitalistica avanzata per reprimere e ridurre la libertà non è più necessario “sorvegliare e punire”. Nella sua analisi, Foucault individua una fondamentale trasformazione del potere avvenuta in età moderna. Prima del XVIII secolo il potere sovrano del monarca si esercitava come diritto di vita e di morte, mentre da allora è diventato soprattutto gestione positiva della vita, quindi biopotere. La censura è ormai innecessaria, perché c’è una censura attiva che avviene assecondando impulsi vitali, incanalandoli inavvertitamente e regolandoli. Il potere non si possiede ma si esercita. Non è fenomeno consapevole di dominazione compatto ed omogeneo, piuttosto è qualcosa che circola. Bisogna liberarsi dalla concezione secondo cui il potere va analizzato nei termini di apparato di Stato, e tantomeno ha senso cercare il potere in un solo fulcro, localizzandolo: “il potere – scrive Foucault ne La volontà di sapere – è dappertutto, non perché inglobi tutto ma perché viene da ogni dove”.
Il controllo delle forme di sapere è per Foucault la vera fonte del potere, e questa sua convinzione è in linea con quella di Antonio Gramsci, secondo il quale per la classe operaia era possibile cercare di conquistare il potere per via democratica, anche in presenza di un suo progressivo imborghesimento, attraverso quella che definiva “egemonia culturale”. Foucault si spinge però oltre, e ritiene più esplicitamente che il potere si nasconde nelle pieghe di ogni coscienza individuale fino a non essere più riconoscibile come tale, e anzi spacciandosi per una manifestazione della sua libertà, che diventa così un’illusione e in quanto tale finisce con il dimostrarsi moralmente e politicamente equiparabile a quella reperibile nei regimi totalitari. A differenza però di quanto accade in questi ultimi, lo sguardo del potere nelle democratiche società postindustriali non viene per lo più esercitato dall’esterno, o dall’alto, ma dall’interno della coscienza individuale, anche mentre questa cerca di liberarsi dalle reti in cui il potere percepito come tale cerca d’imbrigliarla, ovvero ogni volta che ha l’impressione di scegliere e operare in maniera libera e spontanea ma finisce col fare propri comportamenti omologati e stereotipati.
Anche alla luce di queste considerazioni di Foucault, viene quasi il sospetto che negli ultimi decenni della storia della civiltà occidentale la paura della libertà abbia avuto il sopravvento sull’anelito a una maggiore libertà. Come scrisse una volta Kafka, “spesso è più sicuro essere in catene che liberi”, e questa sembra ormai diventata una convinzione che, sebbene in forma silente o inconsapevole, è sempre più diffusa. La libertà infatti, oltre a sottoporre a dei maggiori rischi in sé, implica anche un certo rapporto privilegiato con la solitudine, la cui esperienza è naturalmente in conflitto con l’istanza che induce ad associarsi, raggrupparsi e massificarsi, tanto che della solitudine si ha una paura non minore di quella che si ha per la libertà. Si tende così a dimenticare quanto osserva Schopenhauer, e cioè che “un uomo può essere se stesso soltanto finché è solo. Se non ama la solitudine, non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli”.
Il sentirsi parte di un gruppo più o meno esteso, di una corrente ideologica o d’opinione, così come il seguire una moda qualsiasi può rivelarsi un’esperienza particolarmente confortante, ma proprio perché confortante può rivelarsi particolarmente insidiosa. Per non lasciarsi sedurre da questo tipo di tentazione bisognerebbe tenere sempre presente che il singolare piacere che può scaturire dalla solitudine è ancora oggi il modo migliore per proteggere il proprio spazio di libertà, che va difeso non solo da poteri esterni, ma anche dalla nostra paura e dal desiderio di omologazione che riesce a provocare. La libertà richiede infatti la consapevolezza che quando si pensa veramente si è soli, e che la forma più efficace di dominio non è quella che ci toglie la libertà, ma quella che ci convince di possederla già o di poterla possedere interamente in futuro.
Il non considerare questi aspetti decisivi fa sì che tutto quanto ostacola il successo di un’opinione prevalente e stereotipata è visto come una minaccia all’integrità del potere, anche di quello che si ha su se stessi. Il potere infatti si avvale di quanto sembra più semplice, più agevole da conseguire, più alto e più nobile, insomma di tutto quanto sa blandire la coscienza col piglio sicuro di motivi ampiamente condivisi. Così, in nome di slogan comodi, di etichette di successo, di parole magiche come la «pace», la «solidarietà», l’«inclusione» e tante altre simili, ovvero di quanto viene solitamente definito come «politically correct», si finisce col favorire forme di populismo che hanno perfezionato una spiccata abilità nell’uso strumentale di quelle parole magiche. Si sente infatti ripetere dai filo-putiniani che non si deve fare la guerra con la Russia, come se il dover fare la guerra con la Russia dipendesse da qualcun altro oltre che dalla Russia e dal pieno diritto di difendersi di chi ne subisce i massacri; si sventola il progetto politico di Hamas nascondendolo impunemente sotto la bandiera della Palestina, che è cosa assai diversa da Hamas; si spaccia nel contempo per accoglienza una sostituzione etnica e religiosa che può avere già oggi enormi effetti destabilizzanti per qualsiasi democrazia; si propongono teorie buffe e ipocrite, secondo cui se degli esseri umani si prendono a bastonate la responsabilità sarebbe di chi trasforma gli alberi in bastoni; si propone di assegnare premi Nobel per la Pace al Presidente di un grande paese democratico mentre sta cercando di trasformarlo in un regime autocratico, tradendo tutte le altre democrazie del mondo e facendo il gioco di un dittatore criminale che provoca guerre stracciando trattati di pace.
Si potrebbero aggiungere ancora molti altri esempi, perché ogni valore risulta ormai relativo e oltre due millenni di discussioni sulla libertà, la democrazia e le migliori forme di governo per la comunità umana sembrano improvvisamente superate, assimilate di fatto a bazzecole e a quisquilie, come avrebbe detto Totò, a questioni superate. Improvvisamente, ci siamo risvegliati in un mondo in cui un paese che ha scelto la democrazia è posto sullo stesso piano di uno dove si uccidono abitualmente gli oppositori politici esterni e si massacrano i civili dei popoli di cui si vuol acquisire il territorio.
A quanto pare, ciò che conta nella storia è solo la forza, e noi non ce n’eravamo accorti, o lo avevamo dimenticato. Ce lo sta dimostrando a chiare lettere Putin, e lo sta facendo con la complicità del Presidente degli Stati Uniti, grazie alla quale il dittatore criminale del Cremlino ci sta facendo anche capire che il nostro pacifismo, il nostro non investire nella difesa della democrazia, i nostri ingenti e prolungati acquisti di gas e petrolio dalla Russia ancora dopo che le avevamo permesso già nel 2014 di stracciare trattati internazionali e di occupare i territori di un altro paese erano già da tempo per lui chiari segnali della nostra debolezza, delle nostre divisioni e della nostra decadenza.
Fior di Costituzioni democratiche, che hanno fatto seguito a fior di discussioni e riflessioni sull’essere umano, i suoi diritti, i suoi doveri, la sua libertà e dignità, vengono sempre più spesso considerate da certi leder politici cartaccia da usare nei caminetti della storia in vista di un nuovo ordine mondiale solitamente definito multipolare. Peccato che di multipolare non abbia nulla, perché sarà dominato unicamente da tre superpotenze, due delle quali certamente totalitarie. Per quanto riguarda la terza, è ancora presto per dirlo, ma più tempo Trump rimarrà al potere e più aumenteranno le probabilità che decida di spartirsi il mondo con le altre due. Durante la costruzione di questo nuovo ordine sedicente multipolare i nuovi nazisti possono già accusare tutti i loro oppositori di essere più nazisti di loro: trattandosi solo di una questione di punti di vista, in base ad alcune correnti interpretazioni della democrazia questa non ha infatti alcun diritto di difendersi, ma dovrebbe invece lasciar scorrazzare sui social la pletora di suoi nemici interni quasi sempre foraggiati e organizzati da pochi, ma acerrimi, altri esterni.
Non si può dire: «qualsiasi apologia di qualsiasi regime totalitario è proibita», «siamo sotto attacco e non si può non reagire isolando e denunciando chi supporta il nemico»; e non lo si può dire perché molto lo considererebbero antidemocratico. In realtà, non ci sarebbe nulla di antidemocratico nell’impedire che nel proprio paese possano agire impunemente le pedine di regimi totalitari che stanno cercando di rovesciare il nostro governo con una guerra ibrida in corso da tempo. La percezione diffusa che induce molti a ritenere che non lo si possa fare dipende dal fatto che i nemici della democrazia sono in azione da decenni al suo interno, ne hanno alterato il significato, il sistema immunitario, l’hanno equiparata a una tipologia di potere capitalista e coloniale, e dunque in sé spregevole, e tutto questo per preparare il terreno all’avvento di un regime totalitario, finalmente giusto, equo, pacifico, veramente democratico. Il fatto che i regimi comunisti si siano sempre fregiati di questi epiteti mentre eliminavano decine di milioni dei loro sudditi in tempo di pace è un dato che sembra ai più improbabile e trascurabile, e il fatto che sia invece proprio così non scalfisce di una virgola le loro convinzioni.
Come ebbe a osservare Papa Ratzinger in un famoso discorso che tenne nel 2006 a Ratisbona, l’attuale decadenza dell’Occidente deriva principalmente da un nichilismo diffuso che porta non solo all’abbandono dei valori fondanti del cristianesimo, ma anche a una sorta di relativismo assoluto, a una perdita di senso complessiva e a una società che rinnega i principi che hanno nei secoli scandito la propria storia, sostituendo la fiducia nella ragione con quella verso la tecnica, nuova padrona del mondo made dovunque sia conveniente produrla, rifiutando così la propria identità e cercando di annullarla in un multiculturalismo immaginario che si traduce in realtà in una potente forma di conformismo internazionale.
Nel gioco dei gusti politici che caratterizza questa fase storica, non esistono più ragioni condivise per preferire le liberaldemocrazie alle dittature. Anzi, le seconde sembrano a molti umani e a molti troll, ormai spesso indistinguibili dai primi nella trasfigurazione mediatica della società contemporanea, persino più democratiche delle prime, in quanto più semplici da capire e più accessibile a tutti coloro che, per paura della libertà e delle sue conseguenze, ambiscono più a ignorare che a sapere. Non a caso costoro stanno rapidamente crescendo di numero, così come stanno crescendo da tempo in Occidente altri due elementi che confermano la sua involuzione: l’analfabetismo di ritorno e la diminuzione del QI medio, di cui è stata scientificamente accertata per la prima volta la diminuzione nella storia dell’Umanità.
Di questi segnali di decadimento, la crescente indifferenza per la libertà e per la democrazia costituisce probabilmente un riflesso significativo, forse quello più inquietante e pericoloso, tanto che si potrebbe considerare proprio quest’indifferenza come l’ultimo effetto di un rincretinimento globale. Sapranno i paesi che ancora possono essere considerati democratici farvi fronte? Sapranno evitare che quest’indifferenza abbia le conseguenze nefaste che può in effetti avere sulla storia dell’umanità? Sarà l’Europa ancora democratica in grado di approntare una strategia difensiva efficace per evitare il graduale soffocamento dei principi su cui è fondata la sua storia da parte di influencer e traditori interni stipendiati impunemente dai suoi nemici esterni?
Sono in fondo queste le domande cruciali a cui un’Europa politicamente unita, se un giorno si decidesse finalmente a nascere, dovrebbe dare una risposta, con la speranza che fin da adesso inizi a compiere i primi passi in questa direzione e che, nel frattempo, il popolo e il governo degli Stati Uniti tornino presto a condividere con lei i principi e i valori che li hanno sempre uniti. Ma affinché queste condizioni possano realizzarsi sarebbe innanzitutto necessario che l’intero Occidente prendesse coscienza delle proprie catene, di quanto gli ha impedito fino ad oggi di reagire con senso di responsabilità, con coraggio e lungimiranza a quanto stava accadendo, fingendo di non vedere la foresta che si stava muovendo silenziosa contro la propria storia, contro il passato e il futuro della stessa civiltà cui ha dato forma e dell’idea di libertà che le ha dato vita.
