Breve storia dell’oblio in cui è caduto un premio Nobel della pace, un grande medico e musicista, nonché l’inascoltato profeta di una tragedia epocale.
Albert Schweitzer fu musicista, medico, filosofo e teologo. Scomparve all’età di 90 anni dopo aver dedicato la vita a curare intere famiglie in Africa con i soldi guadagnati suonando all’organo la musica di Bach, di cui è stato uno dei massimi interpreti. Einstein ebbe a definirlo «il più grande essere umano del XX secolo» tanto da considerare la sua figura morale e spirituale paragonabile, tra i suoi contemporanei, solo a quella di Gandhi.
Nel 1952 Albert Schweitzer venne insignito del premio Nobel per la pace. In un’epoca in cui l’uomo gli pareva sempre più ridotto a “un essere senza libertà, incapace di riflessione, privo di autonomia, frammentario e disumano”, era convinto che fosse necessario “sostituire il patriottismo nefasto con quello nobile che ha a cuore gli obiettivi cui l’umanità deve tendere”.
Pensava che fosse compito di ogni individuo prendersi cura della natura e dell’ambiente in cui viviamo senza sfruttarlo in maniera indiscriminata e difendere la dignità di ogni tipo di vita, ma anche salvaguardare i valori e gli ideali trasmessici dalla cultura su cui si è fondata la nostra civiltà. Quando gli Stati gli sembravano “incapaci di rispondere alla loro missione culturale” e preoccuparsi solo della propria sopravvivenza “attraverso l’accumulo di denaro e con qualsiasi mezzo, anche calpestando il diritto”; mentre i popoli parevano voler strappare l’uno all’altro “la fede in valori quali l’umanità, l’idealismo, la giustizia, la ragione, la sincerità” per finire “sotto il dominio di potenze che ci fanno sprofondare nell’inciviltà”, credeva che ogni essere umano dovesse mobilitarsi per realizzare un “medesimo ideale di umanità civilizzata”.
Albert Schweitzer era convinto di tutto questo quando nel 1960, per scongiurare il disimpegno francese nelle colonie africane, si rivolse al Presidente Charles De Gaulle con quest’accorato appello: “L’esperienza di questi lunghi anni passati in Africa mi ha aperto gli occhi. So bene che i politici indigeni e i francesi di Libreville (la capitale dell’amministrazione francese in Equatore) mi accuseranno d’essere paternalista, colonialista e razzista, ma la Francia non può andarsene oggi. Adesso. Poiché i negri vivono ancora l’età della pietra, ad eccezione dell’uno e due per cento di essi, e sarebbe insensato trattarli come europei dei giorni nostri”.
L’aver ignorato questa franca e meditata opinione di Schweitzer ha provocato un numero difficilmente calcolabile di morti, probabilmente maggiore a quelli dell’ultimo conflitto mondiale. Se si tiene conto, infatti, che da diversi decenni muore in Africa di fame o per motivi legati alla fame o alla sete un bambino ogni cinque secondi si può avere un’idea delle conseguenze che possono essere derivate dall’aver abbandonato a se stesso un così vasto continente in un momento in cui la sua popolazione non era ancora pronta per amministrarsi in piena autonomia.
Viceversa, una decolonizzazione graduale, in grado di accompagnare i popoli dell’Africa verso una progressiva assimilazione dei principi che possono ispirare una convivenza democratica all’interno di uno Stato di diritto, che fosse cioè idonea a scongiurare lotte tribali fratricide e la diffusione incontrollata dell’uso delle armi, ma anche capace di favorire un responsabile controllo delle nascite, avrebbe potuto ridurre le proporzioni di una tragedia umanitaria ormai in crescita esponenziale da decenni.
Una decolonizzazione condizionata al rispetto di quei principi e accompagnata da una fattiva collaborazione in ogni ambito economico e sociale avrebbe infatti potuto garantire a tutti non solo eguali diritti civili e politici, ma indirettamente anche un’assistenza sanitaria e un’istruzione efficaci, nonché la creazione delle infrastrutture necessarie, in particolar modo per quanto riguarda l’approvvigionamento idrico, per diminuire drasticamente i morti e le malattie riconducibili alla fame, alla sete e più in generale alla povertà estrema.
Ma si sarebbe trattato di una decisione scomoda sotto vari profili, oltre che molto costosa e irta di difficoltà. Al contrario di quello che i più pensano, infatti, il processo di decolonizzazione fu intrapreso non tanto per lasciare ai singoli popoli la libertà e l’indipendenza di cui giustamente rivendicavano il diritto, ma per poterli meglio sfruttare senza doversi sobbarcare i costi che l’impegno a garantire una loro civile convivenza avrebbe comportato, per evitare il danno economico che sarebbe potuto derivare dal sostenerne quello sviluppo democratico che avrebbe potuto impedirne un più agevole e incontrollato sfruttamento.
Liberati dall’impaccio rappresentato dalle costituzioni e legislazioni europee, molti Stati africani si sono così trasformati in terre di conquista e sfruttamento a basso costo, consentendo ai paesi occidentali di conseguire un triplice vantaggio: disimpegno economico e politico in aree ormai difficili da gestire; opportunità d’investimento e sfruttamento di quei territori senza dover sottostare al controllo di legislazioni scomode, in quanto sensibili ai diritti di cittadini e lavoratori; il consenso di quei vasti settori dell’opinione pubblica che vedevano nel dominio coloniale l’origine dei mali e delle difficoltà di quei popoli.
Certo, il colonialismo è stato anche sfruttamento cruento e spietato di territori e di popoli. Anzi, è stato essenzialmente questo quasi sempre. Ma ciò non significa che non fosse possibile ripensarlo, modularlo in maniera diversa, arrivare in maniera graduale – mediante l’esercizio di un’autonomia amministrativa e cercando nel contempo di dotare quei territori di tutto quanto fosse necessario sotto il profilo infrastrutturale, sanitario e culturale – a favorire lo sviluppo di quei valori e di quelle competenze che erano necessarie per permettere alle ex colonie di conseguire una reale autonomia politica ed economica.
Schweitzer era convinto che gli africani fossero nostri fratelli, ma “fratelli più giovani di parecchi secoli”, e questo semplicemente perché, per ragioni storiche, culturali e geografiche, avevano iniziato più tardi il loro percorso verso una società più liberale e moderna; e pensava che fosse una manifestazione di sostanziale indifferenza, di egoismo e di viltà l’abbandonarli al loro destino prima che fossero in grado di gestire la loro vita in modo responsabile e rispettoso dei diritti di ogni loro cittadino; ma la sua analisi della situazione confliggeva apertamente con la convinzione diffusa che il processo di decolonizzazione avrebbe risolto la maggior parte dei problemi dell’Africa, assecondando così un’illusione, semplicistica, comoda e ipocrita.
Se i mali che affliggevano questo continente erano da attribuirsi allo sfruttamento perpetrato per secoli dall’uomo bianco e ricco, era normale ritenere che, venendo meno la causa, sarebbe cessato anche l’effetto. Ma i presupposti su cui si fonda questo ragionamento non sono così scontati. Pur essendo un dato di fatto inconfutabile che l’Africa e le sue popolazioni sono state sfruttate per secoli nel modo più indegno, e che lo sono in buona parte ancora oggi, ciò non comporta che i suoi problemi attuali derivino per lo più da tale sfruttamento; anzi, si può a ragion veduta sostenere che tale sfruttamento sia stato agevolato e incoraggiato da un sbrigativo processo di decolonizzazione che ha lasciato le ex colonie senza il patrimonio di regole e di risorse che erano necessarie per impedirlo.
Per spiegare la situazione in cui molti paesi africani oggi si trovano, bisogna infatti prendere in esame anche altre ragioni decisive oltre a quelle legate allo sfruttamento coloniale come, ad esempio, quelle riconducibili a fattori climatici e religiosi. Il fatto che molte popolazioni si trovino a vivere in zone quasi prive di acqua rende certi territori oggettivamente molto poveri, inadatti ad ogni tipo di coltivazione e quindi una sicura fonte di povertà e di malattia. Ma se a quest’ordine di ragioni si aggiungono quelle di ordine religioso la miscela può diventare esplosiva. La religione islamica, come del resto quella cristiana, almeno quale era vissuta fino a poco tempo fa, concepisce la procreazione un fatto sacro, e dunque anche l’atto erotico come subordinato a fini procreativi. Questa convinzione, unitamente a una scarsa formazione e prevenzione, rende molto problematico qualsiasi tentativo di limitare le nascite e fa sì che ogni coppia genitoriale abbia in Africa un numero di bambini che la stragrande maggioranza delle famiglie, anche nel mondo “ricco”, farebbe molta fatica a crescere e a mantenere in modo dignitoso.
A questi due fattori decisivi bisogna poi aggiungerne uno di carattere culturale, non meno importante: nel cosiddetto mondo occidentale si è arrivati – dopo un tragitto complesso e faticoso, attraverso molte discussioni, conflitti e anche qualche rivoluzione “borghese” – a mettere a fuoco alcuni principi essenziali su cui fondare la possibilità di una convivenza democratica all’interno di una stessa comunità politica, in cui siano rispettati i diritti e le libertà di ogni cittadino, indipendentemente dall’essere parte di una maggioranza o di una minoranza, o comunque di un gruppo vincente o perdente; viceversa, un simile processo in molte zone dell’Africa o non si è ancora avviato o è in una fase iniziale.
Questa circostanza ha lasciato molti suoi territori nelle mani di speculatori senza scrupoli e di bande tribali pronte a commettere qualsiasi tipo di crimine sistematico, quando non dei veri e propri genocidi, come quello dei Tutsi in Ruanda, per accaparrarsi le scarse risorse disponibili, mentre si sarebbe forse potuto scongiurare queste tragiche situazioni subordinando la decolonizzazione a un patto costituito da poche e semplici regole, come quella per cui ogni cittadino deve godere degli stessi diritti civili e politici indipendentemente dall’appartenenza a qualsiasi sorta di minoranza o maggioranza, di schieramento perdente o vincente.
Le conseguenze delle analisi e delle convinzioni che hanno condotto ad una frettolosa decolonizzazione sono dunque state notevoli e i danni arrecati sono oggi ben visibili. Le preoccupazioni profetiche di Albert Schweitzer non furono prese in seria considerazione e vennero quasi ritenute irrazionali, frutto di pregiudizi che provocarono molti sorrisi di scherno. Forse anche per questo Schweitzer giunse alla conclusione che il destino di ogni verità fosse “di venire ridicolizzata prima di essere riconosciuta”. In effetti, quelle preoccupazioni furono ridicolizzate, ma forse, di fronte alla tragedia epocale che il fenomeno migratorio pone oggi sotto gli occhi di tutti, potrebbero essere riconosciute come fondate.
Ancora oggi, le ragioni che indussero Schweitzer a chiedere che si procedesse in maniera più graduale alla decolonizzazione sono ai più ignote, e forse, quando anche non lo fossero, rischierebbero d’incorrere nello stesso destino di quando vennero proposte. Furono definite, e probabilmente sarebbero definite ancora, “paternalistiche”, “colonialiste” e da alcuni persino “razziste”. Ma questo Albert Schweitzer se lo aspettava. Ciò che forse non si sarebbe aspettato è che diversi decenni dopo, di fronte alle tragedie che le attuali ondate migratorie ci pongono ogni giorno sotto gli occhi, non sia ancora emersa la convinzione che sarebbe molto meglio per tutti cercare di portare l’Europa in Africa piuttosto che l’Africa in Europa.
Purtroppo così non è stato e in molti pensano ancora che non debba essere, con il risultato di prolungare in modo indefinito e in un crescendo costante tragedie ampiamente annunciate. Le condizioni di vita spesso drammatiche di chi cerca di migrare e le progressive difficoltà – purtroppo insormontabili per l’enorme divario tra il numero di coloro che avrebbero ottime ragioni per farlo e il numero di coloro che potrebbero essere responsabilmente accolti e integrati in modo efficace – pongono oggi l’Europa e l’occidente in genere di fronte ad alternative pericolose e crudeli, alla difficile scelta tra l’esigenza improrogabile di controllare in modo efficace i flussi migratori e quella di non erigere muri adottando misure anche drastiche e spietate, e forse, ancora oggi, il riprendere in esame, seppur tardivamente, la prospettiva suggerita dalla posizione di Albert Schweitzer potrebbe rivelarsi ancora utile per evitare il peggio e affrontare nel modo più organico e umano un disastro umanitario da tempo in corso, che oggi rischia di rivelarsi pericoloso per la stessa sopravvivenza della civiltà politica europea.
Stipulando un libero accordo con i paesi che si dimostrino interessati, si potrebbe garantire loro un sostanziale aiuto in ambito infrastrutturale, economico, sanitario e scolastico in cambio del rispetto di quelle poche e semplici regole sopra menzionate e dell’impegno a collaborare nel controllo dei flussi migratori, limitandone la possibilità solo a coloro che abbiano già intrapreso nel loro paese un processo di formazione atto ad agevolarne l’integrazione nei paesi dove intendono migrare combattendo altresì l’immigrazione illegale. Si potrebbe fare in modo che nelle scuole dei Paesi con cui si stipulano quelli accordi si tengano corsi di lingue e culture europee con insegnanti europei, così da poter garantire a chi porta a termine quei cicli di formazione di poter venire a vivere e lavorare in Europa con la possibilità poi di ottenere la cittadinanza in tempi brevi e creare nel contempo condizioni e opportunità di lavoro in Africa. Si potrebbe cioè ripartire dallo spirito e dalle ragioni che avevano indotto Albert Schweitzer a scrivere quella lettera a De Gaulle per cercare di garantire ai cittadini africani, asiatici ed europei una vera integrazione e collaborazione, non fondata su meri interessi economici e su ipocriti e semplicistici progetti volti ad attuare una indiscriminata accoglienza, a un tempo insostenibile e politicamente destabilizzante, o una non meno indiscriminata e demagogica repressione dell’immigrazione.
