Esiste forse una parola della lingua italiana che, più di altre, condensa la tendenza umana ad aderire acriticamente all’opinione prevalente, e questa parola «conformismo». Tuttavia, per quanto sia efficace, da sola non riesce a restituire la varietà di sfumature morali, psicologiche e culturali che connotano tale atteggiamento. In certi contesti, infatti, il conformismo si fa «gregarismo», ovvero sottomissione cieca al gruppo, alla massa.
Elias Canetti, nella sua opera Massa e potere, spiega bene come l’individuo, annullato nella folla, possa perdere ogni senso critico assumendo un’identità collettiva capace di ogni eccesso gregario. Altre volte, tende invece a incarnare le vesti più vischiose della piaggeria, come quando l’adesione non è solo passiva, ma compiacente, calcolata, volta a ottenere consenso o a evitare il rischio dell’esclusione. Non meno diffusa è l’«acquiescenza», che non ha bisogno di motivazioni ideologiche: essa si limita ad accettare, ad arrendersi al clima culturale dominante, per stanchezza, tornaconto, viltà o semplice desiderio di quieto vivere.
Queste declinazioni del conformismo trovano un potente riflesso filosofico in ciò che Hannah Arendt definisce come la «banalità del male». Durante il processo ad Adolf Eichmann, osservando l’imputato, la Arendt non scorgeva in lui un mostro, ma un uomo mediocre, ordinario, incapace di pensiero autonomo. Era un burocrate diligente che aveva eseguito ordini con scrupolo, senza interrogarsi sulle conseguenze etiche delle sue azioni. Il “male” infatti non si manifesta solo in figure diaboliche o scellerate, ma soprattutto in uomini comuni che smettono di pensare, di riflettere, e che non riescono a giudicare senza incasellare in formule riduttive, indifferenti o sprezzanti verso quanto non è espressione dello spirito del tempo o del proprio habitat sociale. In questo senso, la «banalità del male» è la forma estrema del conformismo: quella in cui l’individuo delega completamente la propria responsabilità morale alla struttura, all’ideologia, al contesto ideologico e culturale.
Pier Paolo Pasolini, in vari suoi Scritti corsari e nelle sue Lettere luterane, ha denunciato con grande coraggio intellettuale un nuovo tipo di conformismo: non quello clericale e conservatore, ma quello consumistico e progressista, che travolge ogni resistenza critica in virtù del desiderio di appartenere, di essere accettati da una maggioranza che asseconda dei paradigmi introiettati in genere in maniera piuttosto acritica. È un conformismo più insidioso, perché si traveste da libertà e da modernità. Anche Pasolini, come la Arendt, ha intuito che il “male” può assumere tratti normali, quotidiani, socialmente gratificanti.
Quando le proprie posizioni su temi politici e sociali non sono più oggetto di una scelta razionale e quando non scaturiscono da un confronto argomentato, ma sono semplicemente effetto di imitazione, ogni deviazione dal politicamente corretto può diventare sospetta e perfino sovversiva. La società, in questi casi, premia chi si confonde nel paesaggio delle mode culturali e ideologiche. Il «collaborazionismo» rappresenta forse, in tali circostanze, la forma più attiva e strategica di questa adesione: non più solo passiva sottomissione, ma partecipazione interessata, calcolo, alleanza con chi sa lusingare le masse anche a costo di calpestare la verità o la giustizia.
In tutti questi casi, ciò cui si rinuncia è l’autonomia del pensiero, che per quanto non esista in forma assoluta può sussistere in misura significativamente diversa e che dovrebbe invece essere sollecitata ed esercitata per non divenire una virtù intellettuale astratta e fittizia, oltre che improbabile e sempre più remota. Come ricordava Simone Weil, il primo atto di libertà è il silenzio interiore, il tempo per riflettere, e oggi quel tempo sembra ormai frammentato, anche grazie alla diffusione di internet e dei social networks, in mille schegge incapaci di coordinarsi in modo razionale, in mille frasi fatte e stereotipati pregiudizi. Inoltre, nel frastuono collettivo, quel silenzio è spesso temuto o ridicolizzato. La cultura politica contemporanea, pur celebrando per altri versi l’individuo, spinge in realtà verso forme di «omologazione» sempre più sofisticate. E così il “male” non appare più come l’eccezione, ma come la norma che può dormire sonni tranquilli nella falsa coscienza collettiva, camuffato spesso da nobili ideali, o da buonsenso, o dal “così fan tutti”.
Riconoscere questo meccanismo è oggi un esercizio essenziale di consapevolezza. Non per ergersi a giudici degli altri, ma per non cedere noi stessi alla tentazione rassicurante dei buoni propositi rassicuranti, soprattutto quando essi corrono in realtà il rischio di rivelarsi cinici o ciechi riguardo ai modi in cui potrebbero realizzarsi. In un simile contesto, e cioè in tempi di menzogna universale, come suggeriva George Orwell, dire la verità è già un atto rivoluzionario.
A completamento di questo quadro, meritano di essere richiamate anche le riflessioni di José Ortega y Gasset e Gustave Le Bon, due pensatori che hanno scandagliato con rigore la psicologia delle masse. Gustave Le Bon, nella Psicologia delle folle, osserva come l’individuo, una volta immerso nella massa, perda il senso di sé, si lasci trascinare dall’inconscio collettivo e venga privato dell’autocontrollo. Ne nasce una folla dominata dall’irrazionalità, dal contagio emotivo, dalla suggestionabilità e dall’intolleranza. La massa diventa facilmente orientabile da fattori esterni, specie dal prestigio di chi riesce a imporsi come figura carismatica, e la concreta possibilità di derive populiste e demagogiche di ogni tipo è allora in agguato dietro l’angolo.
Ortega y Gasset, facendo riferimento anche al saggio di Le Bon, ne La ribellione delle masse introduce il concetto di «uomo-massa», un individuo che, pur appartenendo a qualsiasi classe sociale, si caratterizza per la mancanza di disciplina interiore e per l’incapacità di affrontare responsabilmente le sfide della vita. Secondo Ortega, l’uomo-massa si sente pieno di diritti ma privo di doveri, un aspetto questo sottolineato in un altro contesto teorico anche da Simone Weil, e tende a imporre la propria mediocrità come norma, soffocando le minoranze eccellenti che sono invece le portatrici della cultura e del progresso. È un atteggiamento spirituale e culturale che minaccia la qualità della vita pubblica e più in generale qualsiasi forma di reale condivisione dei valori democratici.
Sia Le Bon sia Ortega denunciano l’impoverimento dell’individuo di fronte alla potenza livellante della folla e dell’opinione dominante anticipando, seppur in forme diverse, quel vuoto malleabile della coscienza che Hannah Arendt avrebbe poi descritto come la radice della banalità del male. Anche nelle loro opere, come in quella della Arendt, torna infatti il nodo decisivo: la diffusa perdita di capacità critiche tende a produrre anche la rinuncia alla responsabilità personale e l’abdicazione all’esercizio di quella che Jurgen Habermas chiama «ragione comunicativa», esercizio che è invece assolutamente necessario implementare se si vuole evitare la subordinazione d’interi popoli alle varie forme di autoritarismo che oggi minacciano la loro propensione a convivere da cittadini liberi, in modo autenticamente democratico e civile.
In nome di un imprecisato senso di appartenenza – che è tanto più pericoloso in quanto risulta di per sé efficace e gratificante, dato che costituisce la conseguenza implacabile di quell’essenziale spirito gregario sui cui effetti deleteri Nietzsche ci aveva avvertito con largo anticipo – proprio mentre la «ragione comunicativa» viene vieppiù dismessa si assiste a l’iperbolico sviluppo di quella che, sempre Habermas, chiama «ragione strumentale», e se l’implementazione di quest’ultima non costituisce di per sé un fatto negativo, la susseguente perniciosa illusione che possa garantire comunque all’umanità sorti sempre più «magnifiche e progressive» potrebbe contribuire all’abbandono di ogni residuale capacità critica e rivelarsi un fatale errore di prospettiva.
