24 Ottobre 2026
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La proposta del ministro della Giustizia Carlo Nordio di ampliare la capienza delle carceri minorili ha suscitato immediate e indignate reazioni da parte delle opposizioni. Il ministro è stato accusato di voler rispondere alla criminalità giovanile con la repressione anziché con l’educazione, di preferire le celle alle scuole, le manette agli assistenti sociali, la punizione al recupero. Un’accusa che presenta tuttavia una singolare difficoltà logica: l’ampliamento degli istituti penitenziari minorili, in una situazione di sovraffollamento, potrebbe servire proprio a rendere più efficace quella funzione rieducativa della pena che i critici di Nordio dichiarano di voler difendere.

Conviene partire dalla Costituzione, anziché dalle intenzioni che si attribuiscono agli avversari politici. L’articolo 27 stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Due prescrizioni che non sono indipendenti l’una dall’altra. Una detenzione disumana non è soltanto moralmente riprovevole: compromette anche le possibilità di recupero della persona detenuta. E nel caso dei minorenni, la cui personalità è ancora in formazione, il problema assume una particolare gravità.

Ora, il sovraffollamento carcerario è precisamente una delle condizioni che rendono più difficile il rispetto di questi principi. Spazi insufficienti, convivenza forzata, riduzione delle attività scolastiche e formative, difficoltà nell’assistenza psicologica e nella costruzione di percorsi individualizzati: tutto concorre a trasformare la detenzione in un’esperienza potenzialmente più degradante che educativa. Non occorre essere sostenitori di una politica penale particolarmente severa per riconoscerlo. Basta prendere sul serio la Costituzione.

Eppure, quando Nordio propone di aumentare la capienza degli istituti minorili, gli viene rimproverato proprio di trascurare la rieducazione. Il deputato democratico Matteo Mauri lo invita ad assumere educatori, psicologi e assistenti sociali, a potenziare la formazione scolastica e lavorativa, a migliorare le strutture esistenti. Tutte richieste ragionevoli. Ma quale di esse sarebbe incompatibile con la costruzione o l’ampliamento di istituti adeguati? Per quale misteriosa ragione un ragazzo dovrebbe essere educato meglio in un carcere sovraffollato che in uno dotato di spazi sufficienti, aule scolastiche, laboratori e personale specializzato?

Anche Rachele Scarpa, del Partito Democratico, considera l’ampliamento delle carceri minorili una dimostrazione del fallimento della politica governativa. Ma nella sua stessa denuncia del sovraffollamento e dell’insufficienza delle attività educative si trova, almeno in parte, una ragione per aumentare gli spazi disponibili. Si può certamente discutere di come debbano essere organizzati i nuovi istituti, di quali risorse occorrano e di quali servizi debbano disporre. Non si vede invece perché la loro realizzazione debba rappresentare, per definizione, una rinuncia alla rieducazione.

Naturalmente, bisogna distinguere due proposte che Nordio ha avanzato nello stesso intervento. Una cosa è ampliare gli istituti minorili o costruirne di nuovi, appositamente concepiti per le esigenze dei giovani detenuti. Altra cosa è ricavare sezioni destinate ai minorenni all’interno delle carceri per adulti, già afflitte a loro volta da gravi problemi di sovraffollamento. Questa seconda ipotesi solleva obiezioni concrete, sia per la particolare vulnerabilità dei minori sia per le difficoltà di garantire loro ambienti e percorsi educativi appropriati. Ma tali obiezioni non costituiscono un argomento contro la prima proposta. Confondere le due questioni significa sottrarsi proprio a quella valutazione delle soluzioni concrete che dovrebbe costituire il compito della politica.

Vi è poi un secondo equivoco, forse ancora più significativo. Secondo alcuni critici, aumentare i posti disponibili significherebbe favorire un maggior ricorso alla detenzione. Ma il numero delle persone che possono essere legittimamente private della libertà non dipende dal numero delle celle. Dipende dalle leggi approvate dal Parlamento e dalle decisioni assunte dall’autorità giudiziaria secondo quelle leggi.

Un carcere che dispone di cento posti anziché cinquanta non conferisce a un giudice il potere di incarcerare cinquanta persone in più senza i presupposti previsti dall’ordinamento. Né obbliga il Parlamento a inasprire le pene perché esistono celle inutilizzate.

Naturalmente, il Parlamento può modificare la legislazione penale, e il Governo può proporre norme più severe. Si può contestare questa politica, come si può contestare qualsiasi indirizzo legislativo. Ma allora il confronto deve riguardare quelle norme, la loro proporzionalità, la loro efficacia e la loro compatibilità con i principi costituzionali. Non la semplice disponibilità materiale di posti negli istituti penitenziari.

Sostenere che l’aumento della capienza finirà per incoraggiare una legislazione più repressiva significa avanzare un’ipotesi sulle future decisioni del legislatore. Un’ipotesi che può essere discussa e sottoposta a verifica, ma che non può essere trasformata, senza ulteriori prove, in una certezza. Altrimenti si finisce per attribuire al Parlamento la propensione a stabilire le pene in funzione dei posti disponibili, anziché della gravità dei reati e delle esigenze della giustizia.

Il problema investe anche il rapporto fra maggioranza e opposizione. In democrazia, nessuna maggioranza è sottratta alla critica, e nessuna opposizione è tenuta a condividere le scelte di chi governa. Ma la legittimità delle prerogative parlamentari non può dipendere dalla simpatia politica che si nutre per la maggioranza del momento. Chi ritiene sbagliata una legge può proporre di cambiarla. Non può tuttavia considerare di per sé illegittimo il suo esercizio soltanto perché quella legge è stata approvata dagli avversari.

Rimane, soprattutto, il problema dei ragazzi che si trovano già negli istituti penitenziari. Non si tratta di un’astrazione, né di una previsione sulle intenzioni del Governo. Sono persone concrete, alcune in custodia cautelare, altre condannate, alle quali lo Stato deve garantire condizioni di vita dignitose, assistenza e possibilità effettive di recupero. Per loro il sovraffollamento non è una controversia ideologica, ma una condizione quotidiana.

Si può e si deve lavorare per prevenire la criminalità minorile, rafforzare la scuola, sostenere le famiglie, migliorare i servizi sociali e ricorrere alle alternative alla detenzione quando ne ricorrono i presupposti. Ma nessuna di queste iniziative rende superfluo garantire condizioni adeguate a chi, in base alla legge e alle decisioni dei giudici, deve rimanere detenuto.

La funzione rieducativa della pena non può essere invocata per contestare qualunque aumento della capienza e poi dimenticata quando si tratta di assicurare ai detenuti lo spazio e le risorse necessari per renderla effettiva.

Non è necessario condividere la politica penale di Nordio per riconoscere questa distinzione. Ed è proprio qui che il dibattito rischia di trasformarsi in un processo alle intenzioni: anziché valutare se un intervento possa migliorare le condizioni della detenzione, lo si giudica sulla base del progetto politico che si presume lo ispiri.

Ma se un nuovo istituto minorile consentisse di ridurre il sovraffollamento, migliorare l’assistenza psicologica, ampliare l’istruzione e rendere più efficaci i percorsi di recupero, per quale ragione la sua costruzione dovrebbe essere considerata un’offesa ai principi costituzionali, anziché un contributo alla loro attuazione?

È una domanda alla quale non basta rispondere accusando il ministro di voler costruire più carceri. Perché il problema non è quante carceri si vogliano costruire, ma quante persone debbano legittimamente esservi detenute e in quali condizioni. E soprattutto perché la Costituzione non prescrive che le carceri siano poche, ma prescrive che la pena sia umana e tenda alla rieducazione.