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mercoledì 09 giugno 2010 |
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Si sa che una cosa è scrivere anche di sé, trasponendo alcune parti della propria vita in qualche personaggio, altra cosa è avere la dimensione e le prerogative di un personaggio letterario. Ma cosa fa di uno scrittore un personaggio virtuale, pronto ad essere raccolto dalle impressioni e magari dalla penna di qualche altro scrittore? E più in generale: può uno scrittore farsi personaggio letterario? Forse sì, quando è felice di trovare una persona a sua volta felice di farsi testimone della sua vita e di ascoltare i suoi racconti. Non tutti gli scrittori sono adatti a dare vita a un personaggio. Un requisito per essere idonei a questo ruolo potrebbe essere l’aver conservato una certa dose d’ingenuità e di autenticità, qualità che sono connesse con quell’onestà intellettuale che sempre deve accompagnare chi ha appreso l’arte paziente e dolorosa di essere da solo, di cui è corollario il saper provare indignazione. |
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domenica 25 marzo 2007 |
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Roland Barthes, La grana della voce, Einaudi Nel dopoguerra si sono avvicendate sulla scena culturale francese scuole filosofiche tra le più feconde ed originali del secolo, correnti e mode prolifiche e discordi. Parigi è stata la madre adottiva di sciami di teorie, alcune d'importazione, altre autoctone.
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martedì 15 maggio 2007 |
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Il seminario di Jacques Lacan sulla psicosi
Da alcuni anni le nozioni fondamentali della teoria psicoanalitica di Jacques Lacan sono divenute, anche in Italia, patrimonio comune di chiunque coltivi un qualche fondato interesse per la psicoanalisi. Tuttavia, l’opera svolta da alcuni seguaci e divulgatori del pensiero di Lacan in Italia (ma non solo) ha dato via libera ad una serie di modulazioni retoriche che hanno contribuito non poco a confondere le linee salienti dell’insegnamento del maestro. Famoso più per la sua oscurità che per le sue essenziali delucidazioni, più per i suoi giochi linguistici o i suoi “nodi” che per il rigore della sua indagine, Jacques Lacan è probabilmente oggi lo psicoanalista che ha suscitato - anche grazie ad un “gergo” incessantemente allusivo, procrastinante, ostico e accattivante a un tempo - i fraintendimenti più radicali del proprio pensiero, i suoi usi più verbosi e affabulatori. |
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martedì 15 maggio 2007 |
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Il tempo degli assassini. Un saggio su Rimbaud di Henry Miller. “Rimbaud rappresenta tutti i crimini e i moti della pubertà” - scriveva Paul Valéry nei suoi Cahiers: “atti solitari, notti impossibili, cattiva coscienza anche in un angelo sapientissimo, intensa commedia intellettuale, tensione degli estremi nutriti da lunga inazione”. Ma proprio il coltivare questa cattiva coscienza e l’esasperare tale “commedia” comportò, secondo alcuni insigni critici, il principale limite della sua opera poetica: una certa involuta ricercatezza letteraria saldata a un forzoso vitalismo. Basti citare a proposito il giudizio di Croce, secondo il quale Rimbaud tentò, “mercé la vita lazzaronesca o bohemienne”, di accumulare materiali atti ad “eccitare artificiosamente una impossibile poesia”. Pur divergendo nelle valutazioni, Valéry e Croce concordano sul nesso provocatorio che sussiste tra la vita di Rimbaud e la sua poesia. Entrambi non soffermano però abbastanza la loro attenzione sul fatto che il poeta francese dette inizio alle proprie scorribande nell’esistenza al termine della sua stagione poetica, quando la sua ispirazione lirica si era consumata e nel tentativo di prolungarne la lucidità estenuante egli cercò di commisurarvi la propria vita a venire. |
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