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Narrativa
Dopo la vita
mercoledì 11 agosto 2010

Quella domenica un lieve tintinnio lo risvegliò più tardi del solito, quando con sua grande sorpresa scorse la sua faccia nello specchio del bagno. Lo spazzolino da denti stava urtando contro i bordi del bicchiere di vetro, come per l’eco attutito di un esile terremoto. Il suo viso gli parve sconosciuto e lui pensò di essere già morto. Fermò lo spazzolino con una mano e poi, con un gesto lento, se lo portò alla bocca. Non sapeva bene cosa farci, fino a quando, ripercorrendo un movimento consueto come se fosse del tutto insensato, non se lo portò alla bocca, iniziando a farlo oscillare avanti e indietro contro i suoi denti. Quando li mostrò allo specchio li parvero molto bianchi, come nuovi. 
  

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La camera blu
sabato 12 maggio 2007

                                               
   I ciottoli della spiaggia sono ancora tiepidi per il calore del giorno. Ne sfioro uno più ovale, ch'emana un calore lento, ovattato e amichevole come un sussurro. Il cane grigio cerca la mano di Teresa, sollevandola col muso, perché vuole attrarre la sua attenzione; ma lei parla con gli altri nella luce del fuoco. Un suo amico le ha appena suggerito qualcosa e insieme raggiungono una barca vicina. Lui si muove in maniera elegante, con gesti agili che delimitano uno spazio preciso. Ogni sua azione sembra avere chiaro un obiettivo, la certezza di quel che bisogna fare. In pochi minuti spogliano la barca del suo involucro di plastica ed alzano la vela. Poi spingono il piccolo scafo in mare. La chiglia rimbalza sulle onde che si rompono piano sul bagnasciuga. 
  

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La stalla (racconto di Natale)
martedì 17 luglio 2007

   Stavano dentro al caldo, Ignazio con Emma e il bambino rannicchiato sul saccone di lana. Giocava con il pallottoliere, mentre fuori cadevano grossi fiocchi di neve. La cavalla e l'asino erano appena dietro la porta, nella stalla adiacente alla cucina, e sbuffavano col naso, specialmente la cavalla. L'odore di sterco equino arrivava nella stanza e a volte era così forte che sembrava capace di muovere la fiamma della candela sulla finestra. Fiammella bene augurante, una mania d'Ignazio, che la voleva sempre accesa di sera, insieme alla lampada appesa da sola al soffitto e all'altra più fioca che stava appiccata al muro, tra il fornello e l'acquaio.
   Al piano di sopra c'erano ancora due stanze, una ricavata dall'altra con un tramezzo di mattoni appena scialbati, dove dormiva il bambino. Sulla parete, dal poggio dietro la casa s'era infiltrato dell'umido, disegnando macchie giallastre ed aloni amaranto dove si erano asciugate.
   Ignazio stava seduto nella penombra, sotto la finestra, a guardare il bianco dei fiocchi cadere. Emma rassettava la cucina come in altre serate, riponeva i piatti nella piattaia, deponeva le pentole ad asciugare sul prolungamento di marmo dell'acquaio.
   Un pentolino risuonò e fuori la neve aumentò il silenzio: dalla finestra si poteva vedere solo la luce di una casa lontana; dentro, quella del fuoco colorava la stanza.
   Il bambino stava buono, come sempre. Ignazio si chiedeva perché non piangesse e non parlasse mai. Eppure aveva compiuto i tre anni e spesso sorrideva da solo, o almeno pareva sorridere, nel caldo del maglioncino azzurro. 
 

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Il volo dell'acrobata
lunedì 16 luglio 2007

    Il momento in cui le mani lasciano la presa può farti rivivere l’intera vita in un solo attimo. Per quanto l’immagine possa sembrarmi scontata non ne trovo una migliore, né più precisa. Che sia la tua o quella di un altro non ha molta importanza: c’è una vita che passa e vola proprio da lì, dalle tue mani, che per quanto abbiano sempre dato buona prova di sé potrebbero essere colte da un subitaneo sgomento, da un’esitazione improvvisa e imperdonabile. Anche se non dipende solo da te. Ci sono molte cose che non dipendono solo da te e che puoi considerare comunque eventualità imperdonabili.
   Come la presa di Clara quella sera. Non sapevo cosa avesse, o le fosse successo. Ci sono molte cose che non possiamo sapere, ma questa considerazione non ci rassicura. Lei era come più debole. Me ne ero accorto già dalla presa precedente, nonostante fosse stata puntuale e adesiva. Solo una pressione appena più debole. Un’anticipazione di un’incertezza più profonda, ineffabile e un po’ sinistra. Forse soltanto il mignolo che non aveva chiuso prontamente la stretta, per qualcosa che si era addormentato dentro, per una dimenticanza di esserci. Come il vento abituale del mio girovagare in su e giù sulla stessa altalena. Quel vento caldo e monotono che mi accompagnava ogni sera, ma che in quella circostanza mi pareva  - strano a ricordarsi, quanto può essere strano che i ricordi ti tradiscano tanto silenziosamente - mi pareva, mi parve, l’alone un rifiuto. Di cosa non saprei dire. Certo, se non mi avesse più cercato, ci sarei rimasto male. Al fatto che non avesse fino ad allora manifestato cenni di amore nei miei confronti ormai mi ci ero quasi abituato. Ma se avesse smesso di cercarmi, almeno ogni tanto, ci sarei stato male. Di un male tremendo e difficile da decifrare. Perché si può star male per cose da nulla, per un sospiro gettato al vento nella direzione sbagliata, dove non sembra che ci sia qualcuno ma c’è sempre qualcuno, un altro, semplicemente un altro che calza meglio la figura lasciata vuota da chissà chi o che cosa, il paragone ellittico che la stessa nostra presenza nel mondo è destinata a proporre e subire.

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