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Saggi
Siamo uomini o caporali?!
giovedě 05 novembre 2009

Ovvero, come possono cavarsela i “dubbiosi” tra “buoni”,  “cattivi”… e “caporali”.

(Alcune considerazioni semiserie di filosofia politica).

     

 


Sotto il profilo politico, si potrebbero distinguere quattro tipologie fondamentali di cittadini che, con termini deliberatamente convenzionali, potremmo definire dei “buoni”, dei “cattivi”, dei “dubbiosi” e dei “caporali”. Ogni gruppo politicamente significativo è costituito da un insieme di persone, elettori e politici di professione, che condividono un’idea o un progetto. Le categorie dei “buoni” e dei “cattivi” sono composte da individui che tendono ad attribuire sistematicamente agli altri le idee, i progetti e anche i comportamenti “peggiori” e che quindi sono portati a ritenersi i “buoni” a fronte dei loro competitori o avversari, che sarebbero invece i “cattivi”. Si tratta quindi di categorie relative, che si definiscono reciprocamente, ma che sono comunque ben individuabili. La categoria dei “dubbiosi”, invece, è formata da coloro che, cercando di valutare ogni proposta politica in maniera non pregiudiziale e razionale, possono trovarsi di volta in volta d’accordo con gli uni o gli altri, o con alcune parti e aspetti delle loro proposte.

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Lo sguardo e la prospettiva
giovedě 29 ottobre 2009

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Nelle domeniche di bel tempo, nelle città che si affacciano sul mare, lungo i viali ad esso prospicienti, ci sono di solito molte persone a passeggiare, bambini che corrono in bilico sui pattini, gente in bicicletta che ogni tanto getta un’occhiata verso l’orizzonte, anziane coppie, amici, fidanzati o sposi, che conversano su una panchina. Sono davvero tante le persone a cui piace passeggiare, o stare, davanti al mare, averlo davanti agli occhi, magari anche per guardarlo solo di tanto in tanto. Forse perché il mare allude all’idea di uno spazio eterno, ma anche alla morte, ad una dissolvenza indefinita in quello stesso spazio smisurato. Eppure il mare disegna per noi anche un orizzonte certo, con il suo profilo lievemente arcuato, equanime, lineare. Prospetta un cerchio di cui occupiamo inevitabilmente il centro, un punto fatale dal quale è impossibile non avere una prospettiva sulla totalità di quanto ci circonda, sul tutto di cui non siamo una parte qualsiasi, ma proprio quella da cui il tutto prende forma e può assumere un senso, anche uno qualsiasi, ma pur sempre un senso. Il mare ci riconosce quali animali prospettici, e quindi immersi in una prospettiva che è per forza di cose limitata, ma che accenna anche a un cosmo illimitato. Ci sa orientare in una maniera paradossale - quelli che si sono persi in mezzo al mare lo sanno bene: siamo al centro di qualcosa che non assomiglia più a nulla, al centro di un vuoto, ma di un vuoto equilibrato, costituito dall’unica linea equidistante dell’orizzonte. Siamo, in altre parole, ridotti a un puro orizzonte, appena increspato qua e là da qualche onda, che accenna all’esistenza, forse alla nostra, perché in fondo di questa non abbiamo – in quei momenti, quando siamo persi in mezzo al mare - nessun’altra testimonianza. L’orizzonte a cui ci introduce il mare ci ricorda quindi che siamo una prospettiva, ma una prospettiva globale, che nulla tralascia, costituita da ogni traiettoria o raggio che dal centro si dirige verso un punto qualsiasi di un limite ipotetico. 
Questo libro trae spunto, in un certo senso, dalla nostalgia del mare, dalla nostalgia della totalità cui il mare allude, ma anche dalla nostalgia dell’indefinito e della conservazione, dal desiderio di  lasciar sfumare senza veder morire. Esso è però anche debitore al piacere che si può provare nell’orientarsi, nel riscoprirsi centro della propria vita, sebbene si tratti di un centro per tutti gli altri versi trascurabile e a suo modo defilato.

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Due diverse interpretazioni della relativitŕ ristretta
lunedě 22 giugno 2009

 

   La velocità della luce è finita, ma poiché è la velocità massima possibile, si comporta come una velocità infinita. Questo implica che non è più valida la legge della trasformazione classica, galileiana, e che diventa valida la legge della trasformazione di Lorentz. Infatti, come sostengono Einstein e Infeld, “il numero esprimente la velocità della luce figura esplicitamente nella trasformazione di Lorentz, e vi assume la veste di caso limite, come la velocità infinita nella meccanica classica”.[1]

  

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L'amore e la solitudine
giovedě 27 marzo 2008

La loro relazione, in breve, nelle "prose creaturali" di Christian Bobin

   “Le bolle di sapone che questo bambino
     Si diverte a soffiar via da una cannuccia
     Sono translucidamente tutta una filosofia”.
     Alberto Caeiro


   Christian Bobin è uno scrittore e un poeta francese, nato nel 1951 in una città della Borgogna, Le Creusot, dove ha poi sempre vissuto. Un giorno ha scritto, nella pagina d’apertura di un suo romanzo (La folle Allure), la seguente dedica a un amico: “Pour (…) quelques taches d’encre (…) en souriant”, e si tratta, direi, di una dedica illuminante, perché il “sorriso” costituisce forse la tonalità predominante della sua prosa.
   Nel vasto panorama della letteratura d’ispirazione cristiana, e in particolare di quella del Novecento, Christian Bobin rappresenta una voce singolare, sia per il tono sommesso della sua scrittura sia per la peculiare spiritualità che la traspare. Il cristianesimo non è per lo più, nell’opera di Bobin, una teoria religiosa dotata di un vero e proprio impianto metafisico e teologico; non è nemmeno una dottrina mistica, sebbene l’elemento mistico ne costituisca, in una forma priva di qualsiasi enfasi, un aspetto rilevante. L’ispirazione cristiana attraversa piuttosto i suoi scritti come un “sentimento della vita” che incessantemente si depura trasfigurandosi in un lieve e fervido disegno stilistico, in una sorta di vigile prosa creaturale. 
  

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L'estetica di Macedonio Fernández
martedě 03 luglio 2007
Chi pensa il più profondo ama il più vivo.
Friedrich Hölderlin

Penso che le persone siano onde: mai né vincenti né perdenti.
Solo onde.

Federico Moccia

Soltanto uno è il soggetto del grande sogno della vita.
Arthur Schopenhauer

Sta in: http://mondodomani.org/dialegesthai/gm06.htm

1 - Un’estetica ontologica L’arte si propone, per Macedonio Fernández, la stessa cosa della metafisica: è “un modo diverso di provocare uno stato mistico, che è enucleazione della nozione dell’essere, dell’identità personale e della continuità storica personale” (TN, 141). In questo senso, la sua estetica potrebbe essere succintamente definita “un’estetica ontologica”.
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